Come aumentare la propria motivazione

Le persone che ammiriamo per la loro costanza raramente parlano di motivazione. Non perché ne abbiano più degli altri ma perché hanno smesso di averne bisogno nel senso in cui la intendiamo di solito. Per capire come succede bisogna andare indietro nel tempo quando non c’era bisogno di nessuna motivazione, semplicemente c’era un ragazzo che amava fare una cosa.

Non c’era ancora un perché, era ancora un bambino, provava una sensazione piacevole nel farla e tanto gli bastava. Poi, un giorno, si accorse di qualcosa. Quella cosa che faceva per puro piacere agli altri riusciva meno bene. Da quella osservazione silenziosa nacque una domanda: e se potessi farne qualcosa? Non era ancora ambizione. Era curiosità. Come tutti i bambini avrà fantasticato su cosa fare da grande ma, a quel punto, si aprì per lui una nuova porta. E, col consenso dei genitori, lui decise di attraversarla.

Quella porta si allargava un po’ ogni volta che ci passava.

Le prime conferme arrivarono dall’esterno: risultati, riconoscimenti, qualcuno che si accorgeva di lui. Ogni conferma aveva un sottile effetto, rinforzando quella sua osservazione iniziale. Progressivamente il ragazzo divenne più consapevole del proprio valore e questo lo trasformò poco alla volta.

Con il tempo iniziò a scegliere comportamenti coerenti con la persona che stava diventando. Si allenava quando gli altri si fermavano. Studiava quando gli altri si distraevano. Non per forza di volontà, o almeno, non solo. Ma perché ogni scelta in quella direzione sembrava confermare qualcosa che già sentiva vero. Non stava fingendo di essere qualcuno. Stava scegliendo, ogni giorno, chi voleva essere. E le scelte, accumulate nel tempo, stavano formando il suo carattere.

I suoi compagni lo osservavano con una sorpresa che non riuscivano a nascondere. Quell’intensità, quella cura per i dettagli, quella disponibilità a sacrificare il comfort sembravano sovrannaturali. Ma lui sapeva che non era così. Giorno dopo giorno piccole scelte l’avevano fatta diventare la cosa più naturale del mondo. Anche perché al livello a cui era arrivato c’erano solo persone piuttosto brave e “essere più bravo degli altri” non era più scontato ma, ormai, era il suo modo di essere e non era disposto a rinunciarvi.

Qui però vale la pena fermarsi un momento.

Quando costruisci un’identità attorno a qualcosa (un manager di successo, un insegnante appassionato, un genitore impeccabile) qualcosa diventa più facile. Ma non tutto, alcune cose diventano più difficili, o più lontane. Certi equilibri si spostano. Queste non sono colpe, sono costi che vanno guardati in faccia, non nascosti dietro la retorica del sacrificio necessario. Per questo il punto di partenza non può essere una strategia. Non può essere “decido di diventare questa persona perché mi conviene”. Deve partire da qualcosa di più profondo e più onesto: cosa mi muove davvero? Cosa sento già mio, anche se non ci ho ancora lavorato? Cosa mi fa veramente bene? Le risposte a queste domande ti parlano di cose che sono già tue anche se devono ancora sbocciare.

Il ragazzo di questa storia ha giocato la prima volta semplicemente perché gli piaceva. Nessun piano, nessuna visione. Solo un piacere autentico e una porta aperta. Poi ha scelto, ogni giorno, in mille modi piccoli e grandi, e quelle scelte nel tempo lo hanno trasformato — non in qualcuno di diverso, ma in una versione più nitida, più piena, più riconoscibile di ciò che già era.

Oggi quel ragazzo è considerato da molti il più forte di tutti i tempi nel suo sport. Ha vinto praticamente tutto ciò che si può vincere. È convinto, con una certezza che può sembrare eccessiva ma che ha costruito mattone su mattone, di meritare ogni titolo che ha conquistato. E probabilmente, quando smetterà, sparirà dalla scena pubblica perché quella scena non è mai stata il suo punto di partenza.

Il suo nome è Cristiano Ronaldo, un ragazzino che ha ascoltato quello che gli piaceva davvero e l’ha tenuto stretto abbastanza a lungo da farne una scelta di vita.

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